Franca Viola. Simbolo della libertà femminile.

Quella che raccontiamo è la storia di Franca Viola, una giovane ragazza che nel 1965 rifiutò un matrimonio riparatore e che per questo divenne simbolo di libertà, dignità ed emancipazione femminile in Italia.

Gli anni del boom economico, l’Italia che cambia

Siamo negli anni del boom economico ma, a dispetto di un Paese lanciato verso la modernità, l’articolo 544 del codice penale ammetteva ancora la possibilità di estinguere il reato di violenza carnale, anche se si trattava di minorenni, in cambio del cosiddetto “matrimonio riparatore”, cioè un accordo tra l’accusato e la persona offesa. Va anche ricordato che, per quanto oggi appaia inverosimile, secondo la legislazione dell’epoca, la violenza sessuale era considerata oltraggio alla morale e non reato contro la persona. Si dovrà aspettare fino al 1981 perché venga abolita la facoltà di estinguere questo tipo di misfatto con un matrimonio e addirittura il 1996 perché la violenza carnale venisse riconosciuta reato contro la persona e non contro la morale.

Franca Viola
Cosa accadde a Franca Viola

Alcamo. 26 Dicembre 1965. Franca Viola, 17 anni, figlia di una coppia di agricoltori fu sequestrata da un ricco e potente mafioso del luogo, Filippo Melodia, spasimante respinto, che con l’aiuto di alcuni amici rapì in pieno giorno la ragazza sotto gli occhi e tra le grida della madre, complice il silenzio omertoso dei vicini di casa.
La ragazza fu violentata e tenuta prigioniera per otto giorni e liberata dai carabinieri, probabilmente avvertiti da una soffiata, che arrestarono Filippo Melodia e successivamente anche i suoi complici.
In accordo agli usi ed alla legislazione dell’epoca tutti ad Alcamo credevano che la scabrosa vicenda potesse chiudersi con il consueto matrimonio riparatore. Il reato sarebbe stato estinto, nessuno avrebbe patito un solo giorno di galera, la ragazza avrebbe salvato il suo onore e quello della sua famiglia; in caso contrario, anche se vittima di una violenza, sarebbe rimasta zitella e additata come donna svergognata.

Il rifiuto di Franca Viola

Franca Viola disse no! No a Filippo Melodia, no ad un costume barbaro che dominava l’intero paese e soprattutto disse no alla mafia.

Franca non volle sposare un uomo che non amava e che abusò di lei nel modo più vile e vergognoso.

In questa brutta storia, la giovane ragazzina siciliana ebbe l’appoggio incondizionato del padre, Bernardo, che nonostante le intimidazioni, minacce di morte, la vigna bruciata, sostenne e incoraggiò la figlia a non mollare e a pretendere la libertà e dopo un processo nel corso del quale gli avvocati cercarono in tutti i modi di screditare la ragazza, Filippo Melodia fu condannato a 11 anni di carcere, che diventarono 13 in appello.

Un caso che in Italia sollevò polemiche di ogni tipo e che fu oggetto di numerose interpellanze parlamentari.
Pesanti condanne furono inflitte anche ai complici di Melodia, poi ucciso nel 1978 a colpi di lupara nell’ambito di un regolamento di conti tra famiglie mafiose.

Franca Viola icona di libertà e autodeterminazione

Franca Viola divenne suo malgrado, ed ancora oggi lo è, simbolo di libertà ed esempio per tutte le donne che avrebbero subito le medesime violenze ma che con il suo esempio avrebbero potuto “dire no” e rifiutare un matrimonio riparatore.

La giovane ragazza di Alcamo segnò un’epoca che portò l’Italia verso la modernità.

Qualche anno dopo Franca Viola sposò un giovane compaesano, Giuseppe Ruisi, che la volle in moglie nonostante le minacce dei Melodia. Un matrimonio in piena regola, partecipazioni, abito bianco, fiori in chiesa, cerimonia e ricevimento. A farle da testimone, uno dei primi uomini italiani a difendere i diritti delle donne: Ludovico Corrao. Il senatore Ludovico Corrao, suo avvocato che durante il processo iniziò con questa frase la sua arringa: «Il ratto a scopo di matrimonio è un’usanza barbara. Da combattere finché non si decideranno a smetterla».

Franca Viola, oggi, vive ancora ad Alcamo. L’8 marzo 2014  è stata insignita al Quirinale dell’onorificenza di Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana dal Presidente della Repubblica  Giorgio Napolitano con la motivazione: “Per il coraggioso gesto di rifiuto del matrimonio riparatore che ha segnato una tappa fondamentale nella storia dell’emancipazione delle donne nel nostro Paese”.

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