UN MATRIMONIO PERFETTO.
 

IO & TU

PROPOSTE D'ALTRI TEMPI

Donna di diciottu ed omo di vintottu
di Miriam Mesi

 

La celebrazione delle nozze in Sicilia è da sempre accompagnata da usanze, credenze e riti, che hanno lo scopo di assicurare il più felice esito all’unione matrimoniale.

I modi pittoreschi con cui la tradizione ha abbellito lo svolgersi delle varie fasi, hanno mirato non soltanto a colorirne il significato, ma anche a propiziare il benevolo influsso delle forze soprannaturali, considerando il fatto che l’uomo ha un innato bisogno di invocare le forze divine nei momenti più importanti della sua vita.

Tenendo presente che un “tuffo” nel passato può essere utile per riscoprire le nostre origini, andiamo alla riscoperta di alcuni aspetti del “cerimoniale” non tralasciando, naturalmente, gli usi e le credenze che lo caratterizzavano.

Diamo uno sguardo, per esempio, al modo in cui ci si dichiarava alla fine dell’800.

Grazie agli studi di Salamone Marino e Pitrè, i più autorevoli studiosi delle antiche tradizioni popolari siciliane, è possibile oggi avere un’idea di ciò che accadeva nel momento in cui un giovane era in età da matrimonio. 

L’età ideale, a quei tempi, per l’uomo era all'incirca 28 anni e per la donna 18, così come ricorda il proverbio:  “Donna di diciottu ed omo di vintottu”.

In Sicilia erano per lo piú le madri che si accordavano sui matrimoni, spesso solo sulla base della convenienza sociale ed economica, con l’assoluta esclusione dei sentimenti e con la quasi  totale estraneità dei futuri sposi. 

La scelta della sposa era condizionata dal fatto che possedesse le quattro virtù che ne facevano una buona moglie, e cioè che fosse operosa, onesta, con dote proporzionata e di pari condizione sociale.

Era inoltre importante che fosse dello stesso paese e questo proverbio, ricordato dal Pitrè, “Ciciri cu ciciri e favi cu favi” è esplicativo.

Quando finalmente la madre del futuro sposo aveva trovato, a suo parere, una brava ragazza andava a trovarla a sorpresa e se la trovava impegnata nei lavori di casa era una brava massara, sicuramente adatta al ruolo di moglie, altrimenti se non faceva nulla o magari stava mangiando non era un buon segno; infatti, si pensava che, se stava oziando, sarebbe stata una moglie lagnusa, oppure se stava mangiando, era una manciataria, e perciò la madre andava via e ne cercava un’altra.

Naturalmente la richiesta all’eventuale consuocera era effettuata con tatto e, spesso, attraverso una metafora che la ingentiliva.

Uno dei modi più comuni era quello di andare in visita a casa della giovane con un pettine per la lana e dire: “Haju un pettini di nòvi; l’aviti unu di sidici?” e l’altra poteva acconsentire alla richiesta del pettine da sedici (che in dialetto si dice sidici quindi la sillaba “sì” indicava la risposta affermativa) oppure poteva rifiutare dicendo che aveva il pettine da nove, ma serviva a lei (in dialetto si dice novi quindi la sillaba “no” indicava il rifiuto).

Quest’uso di frasi figurate faceva parte della categoria di quei riti che avevano come scopo quello di salvaguardare, fin dal principio, la coppia dalle influenze malefiche.

Ci sembra giusto però precisare che tale modo di combinare le unioni era tipico dei piccoli centri, invece nelle città l’incombenza era generalmente affidata al sinsali, una persona che lo faceva per mestiere.

Naturalmente, oggi, certe usanze ci fanno sorridere e di certo non le rimpiangiamo ma è altrettanto vero che queste e altre curiosità possono essere piacevoli e interessanti da scoprire…

 

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